Ma che ne sapevo io che con tutta quella gente, tutto quel materiale, tutta quella salita, la locomotiva non ce l’avrebbe fatta, e che c’entro io se settecento persone erano salite in un treno merci pagando il biglietto, e chi glielo aveva fatto il biglietto, mica io, io dovevo solo condurre il treno, e il mio collega doveva solo buttare il carbone e lo buttava eccome, ma il treno si stava fermando proprio dentro alla galleria, mettine altro gli dicevo, ma più di così non si poteva, e anzi dopo che ci siamo fermati, che la salita era troppo ripida, il treno troppo pesante, abbiamo cominciato a retrocedere, e la locomotiva attaccata dietro alla mia – ed era un caso che ci fosse una seconda locomotiva, di solito era una sola – la locomotiva attaccata dietro alla mia dicevo, una volta che ha visto che stavamo tornando indietro, dai si mette a spingere ancora più forte in avanti, e quindi noi che vogliamo andare indietro per uscire dalla galleria, lei che spinge per andare avanti, e nemmeno ci vedevamo fra noi conduttori, che io ero su una locomotiva austriaca, stavo da una parte, e l’altro stava su una locomotiva italiana, stava dall’altro lato, e come se non bastasse ci si è messo anche il frenatore del carro di coda, che dato che c’era tira il freno, insomma è stato un disastro, siamo fermi in questa galleria, il carbone brucia, tutto quel fumo nero, il monossido di carbonio si sprigiona, io mi sento svenire, e forse sarà meglio, che non saprò mai che nel più grave incidente ferroviario mai capitato in Italia, più di cinquecento persone moriranno asfissiate, oggi è il 3 marzo del ’44 e a Potenza non ci arriveremo mai vivi, me compreso, cara mamma.
Sbagliare si sbaglia tutti
Sbagliare si sbaglia tutti, figuriamoci, e in quei giorni di febbraio del 1441 capitò a quelli che dovevano delimitare la frontiera fra lo Stato della Chiesa e la Repubblica di Firenze, con il risultato che un pezzo di territorio – che avrebbe dovuto appartenere agli uni o agli altri – non venne segnato sulla mappa.
Insomma, non era di nessuno.
Gli abitanti, circa duecentocinquanta, grazie a quell’errore di tracciamento si trovarono ad essere indipendenti per davvero, e dato che c’erano ne approfittarono per mettere su un po’ di traffici, anche perché non dovevano pagare tributi dei alcun tipo, e quindi niente dazi né tasse. La coltivazione del tabacco, ad esempio, venne incrementata a dismisura.
Questo piccolo stato, lungo due km e largo cinquecento metri, prosperò per molti anni. Intanto non aveva né esercito né carceri, e questa era già una bella cosa. Poi non aveva un vero e proprio governo, si decideva un po’ tutti insieme, anziani e capi famiglia. Poi c’era anche una sorta di presidente, che era il curato, magari perché l’unico che sapesse leggere e scrivere. E pure la bandiera, bianca e nera divisa diagonalmente.
La vita della Repubblica di Cospaia fu lunga, fino a quando i suoi stessi abitanti decisero che ne avevano abbastanza anche di tutti quei contrabbandieri che nel frattempo avevano preso dimora lì, e divisero equamente il territorio, metà ai fiorentini, metà alla Chiesa, come forse avrebbero dovuto fare quattrocento anni prima.
Era proprio il 26 di giugno del 1826.
Oggi Cospaia è una frazione del Comune di San Giustino, in provincia di Perugia, ma secondo me si sentono ancora un po’ indipendenti.
Strada provinciale 86
C’è una strada deliziosa che percorro spesso, ed ogni volta mi incanta per la sua bellezza. Dal luogo dove abito – Porchiano del Monte – scende dolcemente fino al Tevere e da lì è un attimo, si entra in autostrada o si sale su un treno, e si cambia improvvisamente condizione. Lassù la quiete del bosco e della campagna, laggiù la frenesia dei collegamenti veloci per raggiungere mete lontane. Un vento che tiene l’aria pulita in alto, la nebbia che troppo spesso accompagna le giornate di chi vive là in basso.
È una strada da percorrere lentamente, curva dopo curva, che all’improvviso ti può apparire un capriolo che fugge elegante, o più spesso una famiglia di cinghiali che scorrazza di qua e di là, o ancora gli istrici e i tassi che trotterellano con il loro incedere quasi buffo.
È una strada dove a volte mi fermo, quando incontro gruppi di ciclisti che pedalano, o qualche camminatore che va, perché l’ultimo tratto non è asfaltato, e la polvere è nemica di chi pedala o cammina, e basta così poco per fare un gesto gentile, che la mano alzata di chi ringrazia ti ripaga del leggero ritardo.
È una strada piena di punti incantevoli, che ci vorrebbero delle ore per descriverli tutti, anche prestando attenzione alla guida, ogni volta non ci si annoia, può essere la mietitrebbia che potente lavora ai lati dello “stradone”, o un albero da frutta fiorito che annuncia doni succosi, possono essere gli eucalipti che si muovono al vento (li avete mai visti?) o gli olivi centenari che stavano lì prima di te e ci staranno anche ben dopo.
Dopo il ponticello sul fosso di Lugnano, lì dove la strada fa una curva secca, e il Monticello rimane alto di fianco, questa si fa improvvisamente più dritta, ed è uno spettacolo guardare a perdita d’occhio a sinistra e a destra. Giove con il suo palazzo ducale da poco risistemato, il monte Cimino con Soriano lì davanti, Bomarzo che sta in prima fila, Montefiascone laggiù a destra, e bisognerebbe fermarsi, parcheggiare l’auto e mettersi a guardare, guardare, che di cose belle da vedere ce ne sono una infinità.
In quel punto la strada diventa quasi una dorsale, i campi scendono sia da una parte sia dall’altra, ogni anno le coltivazioni cambiano, e di conseguenza anche i colori e beato chi li vede tutti, ma anche chi li vede un po’ così come me, non può che rimanere a bocca aperta.
È una strada che incontra altre strade, che non sono da meno, quella a destra che sale, dell’Ospedaletto, che in fatto di panorami non le è da meno, quella a sinistra che scende, per poi risalire anch’essa verso Giove, di “Martinozzi”, quella più avanti che si infila nella Bandita, “bannita” se sei di qua, da poco risistemata, che scende nel bosco per poi arrivare ad Attigliano. Ognuna poi ha altri piccoli incroci, altre stradine che portano chissà dove e che ti fanno venire voglia di andare alla scoperta.
Una ventina di anni fa le belle case che la fiancheggiano apparivano abbandonate, che i vecchi ormai non c’erano più e nessuno voleva continuare a vivere in campagna. Adesso no, è tutto diverso, nuove famiglie sono venute a vivere qui perché hanno capito che il posto è bellissimo, le hanno ristrutturate, si vedono luci dietro alle finestre, comignoli che fumano d’inverno, presenze discrete e rassicuranti che fanno territorio abitato e curato, ma senza stare troppo vicini, che lo spazio è bello, la folla meno.
L’altro giorno ero a Roma, io maldestro in auto, in una periferia nemmeno delle peggiori, c’era una caos indescrivibile, la gente arrabbiata, qualcuno che mi superava a destra, mentre giravo a destra!, qualcun altro che cercava parcheggio da forse un’ora, un’aria che pareva più da masticare che da respirare, avrei voluto fermare l’auto e cominciare a chiedere alla gente perché stavano lì, venite dietro di me, tra quaranta minuti vi porto in un posto vivibile, potete continuare a parcheggiare in doppia fila perché tanto non se ne accorge nessuno, le case costano come il vostro dannato garage, ma fate presto, perché tra un po’ finiscono.
Si chiama strada provinciale 86, ed è deliziosa.
Polmonite
L’influenza o qualcosa del genere di cui mi lamentavo un mese fa, si è poi rivelata una insidiosa polmonite, ma oggi, dopo un giorno al pronto soccorso, due radiografie, tre prelievi del sangue, quattro antibiotici diversi e trenta giorni di febbre, pare completamente rientrata.
Vorrei ringraziare tutte le persone che indirettamente o direttamente hanno chiesto di me e mi hanno incoraggiato con telefonate, messaggi, visite e fornito supporto di ogni tipo. Anche quelle che sono passate per portare Lara a fare “un giro delle mura”, sono state un aiuto prezioso.
L’affetto è una delle medicine più potenti che abbiamo a disposizione.
Ogni tanto stare male fa bene, perché permette di calibrare le cose nella loro giusta importanza. Stare male con la partita IVA fa un po’ meno bene, ma pazienza. Aprile e maggio per una Guida sono i mesi di maggior lavoro, e io li ho persi tutti. Vorrei però ringraziare i colleghi che mi hanno sostituito, a volte con un preavviso davvero minimo, così ogni trekking e ogni escursione sono andati a buon fine lo stesso.
Mi attende ora un periodo di convalescenza, per recuperare le forze perdute, e poter tornare finalmente a camminare a lungo, cosa che mi manca tantissimo. Appena posso mi rifaccio tutto il Cammino di Germanico, che percorso più bello non c’è, magari in compagnia, mi farebbe piacere.
Ogni tanto
Ogni tanto vorrei essere qualcun altro, da qualche altra parte, in qualche altro tempo, e mi diverto ad immaginare come sarebbe il Marcello se si trovasse in vite altrui.
Non vado mai da solo in queste fantasie, ma porto con me anche amici e conoscenti, cercando di adattare ognuno di loro a questo o quel personaggio, o buttandoci tutti dentro ad una categoria senza stare troppo a vedere chi è questo e chi è quello.
Ho amici e conoscenti che starebbero benissimo nel ruolo di pontefici, qualcuno che non sfigurerebbe come generale napoleonico, altri che anche come filosofi potrebbero dire da loro, e poi una marea di eretici, che ognuno la pensa a modo suo e temo parecchi sarebbero finiti sul rogo, ma tant’è.
La lettura serale di alcuni diari che tenevo nel periodo universitario mi ha fatto tornare in mente persone di cui nel frattempo ho perso le tracce, complice anche questo trasferimento in terra umbra, la lontananza non aiuta.
Eccoci allora, tutti clerici vagantes nelle mie fantasie, gente che andava di università in università, cantando gaudeamus igitur (“godiamo dunque, finché siamo giovani, che dopo la scomoda vecchiaia, ci riceverà la terra…”), tanto il latino era la lingua internazionale e ci si capiva, e poi lo status di chierici permetteva di godere di protezioni e immunità, che la gente di chiesa – si sa – preferisce farsi giudicare solo da gente di chiesa.
E nei pensieri vago anch’io dalla mia gioventù a quella del medioevo, ricordo le cazzate che facevamo e le paragono a quelle dei nostri colleghi del passato, e le autorità che protestavano, oggi come allora, per certi comportamenti sopra le righe, goliardia si direbbe, e poi il limite chi lo stabilisce?
(“Alla malora la tristezza, alla malora chi ci odia, alla malora il diavolo, chiunque sia contro gli studenti, ed i denigratori”), quant’è bella giovinezza, avrebbe detto più tardi Lorenzo il Magnifico, aveva ragione, ma anche da adulti se le cose vanno bene non è che sia tutto ‘sto dramma, anzi, si possono dare zampate mica male e poi raccontarcele fra noi e farci tante risate.
Chissà se si capisce quello che ho scritto, io non correggo, tra un minuto è l’una, è ora di pranzo e devo pensare a cosa mangiare, riponiamo queste fantasie e torniano alla vita concreta.
Perizia ed umanità, gentilezza e sorrisi
“Attento ai gomiti, quando passi di lì, che se no si rompe pure quelli”, dice l’operatrice più esperta al ragazzo che sta accompagnando una persona anziana – stesa sul lettino – verso la sala operatoria, mentre la fa passare da una porta. “Sì, sì, ci sto attento”, risponde lui, e prosegue veloce lungo il corridoio con il suo carico di sofferenza.
Il giovane medico che somiglia ad Alessandro Gassman procede spedito verso la macchinetta del caffè, inserisce la sua scheda, e gentile subito si fa da parte, invitando con la mano i praticanti a scegliere quello che vogliono. Pochi istanti con un bicchierino caldo tra le mani, in attesa del paziente successivo, due chiacchiere in libertà, e il suo sguardo furtivo che segue l’infermiera bella che passa accanto, chissà come si chiama.
Penso al terremoto, mi guardo intorno, ma è solo un carrello pesante, pieno di contenitori vari e di fogli con i risultati delle analisi di laboratorio, spinto da un uomo che procede incerto guardandosi attorno, che ormai sono anni che lavora lì, ma ogni volta capire dove si trova quell’ambulatorio dove li deve consegnare, è davvero un’impresa, forse fanno apposta a cambiare posto, per renderci la vita più dura.
“Ma non eri in pensione?”, chiede un altro che passa di lì, con una stampante guasta tra le braccia, “ma vaffanculo”, risponde lui ridendo, forse è ancora presto per andare in pensione, o forse è già troppo tardi, chissà.
“Dottore, se ha cinque minuti io sono qua”, sorride l’informatrice del farmaco, “finisco con un paziente e poi vediamo”, replica lui, e comincia l’attesa, un lavoro fatto di tante attese, sgradevole ai più, che a volte ci passano davanti mentre aspettiamo il nostro turno, ma ci vuole pure quello, magari presentano la nuova medicina che ci farà guarire, ma meglio se la presentano il giorno prima della nostra visita.
Un giovane manutentore passa con un depuratore in mano, lo dice lui che si tratta di quello, mentre al telefono si lamenta con il collega perché è ancora al primo piano e deve arrivare fino al quinto. Un cilindro di metallo, pesante, che andrà a sostituire un pezzo analogo, chissà dove.
Ogni quarto d’ora un paziente steso sul letto viene accompagnato verso le sale operatorie, mentre qualcuno implacabile lo osserva nella sua fragilità, ma altri per fortuna abbassano lo sguardo, o lo volgono altrove, che mica è bella questa curiosità morbosa verso chi sta attraversando uno dei momenti più difficili della propria esistenza, il passaggio stretto della clessidra.
“Ora ti tolgo l’ago”, dice l’infermiera alla persona che ho accompagnato a fare un esame, e che aspetta seduta in corridoio che l’anestesia passi, prima di tornare a casa. “Però mettiamoci un po’ in disparte, che qui è pieno di gente”, aggiunge premurosa e gentile.
Esco dall’ospedale dopo un paio d’ore, e mi giro a guardare in alto le finestre, pensando a chissà quante persone stanno combattendo una battaglia lì dentro, e sono grato verso chi le sostiene con perizia ed umanità, gentilezza e sorrisi.
Coraggio, che domani starete già meglio.
E visse nel Settecento
Il suo ruolo era grosso modo quello del nostro ministro dell’economia e delle finanze, ma in realtà aveva molte più competenze, poteva occuparsi di tutti quei settori in cui c’era una spesa pubblica ed il suo compito era quello di tagliare, risparmiare, scovare nuove entrate. E ci riusciva benissimo.
Durante il suo incarico, inventò ad esempio un’imposta sulle finestre e sulle porte di una certa eleganza, che potevano rappresentare una dimostrazione di ricchezza e quindi ben tassabili.
Il suo re, Luigi XV, fu pure lui vittima dei suoi tagli, e dovette risparmiare su alcune spese che in precedenza faceva in maniera spensierata.
Certo si attirò diverse antipatie, e il suo nome venne utilizzato per schernirlo, ad esempio per identificare i pantaloni senza tasche, che quindi non avrebbero potuto ospitare denaro. Un nome che identificava chi non poteva spendere, chi mangiava poco e viveva di niente. Un nome – infine – che poteva indicare anche un ritratto incompiuto, giusto il contorno di un viso, e nient’altro.
Si chiamava Étienne de Silhouette e visse nel Settecento.
Una scrittura sconclusionata
Anche un supermercato è un contenitore infinito di storie, con tutti quei suoi prodotti colorati disposti ad arte sugli scaffali e le loro provenienze più varie, nel tempo e nello spazio, e a volte mi sbaglio, compro una bevanda di soia, aromatizzata alla vaniglia, quando normalmente la prendo non aromatizzata, ma pazienza, non mi dispiace quell’aroma che sa di esotico e mi diverte pensare che l’origine della parola sia in fondo il latino “vagina”, che oltre a quella cosa bella indica in generale una guaina, un baccello, e dal latino diventa in spagnolo “vaina” e da qui poi appunto vaniglia, perché i suo i frutti somigliano a dei baccelli, insomma, una cosa simpatica, ma ancora più simpatica è la storia di quello schiavo, Edmond si chiamava, che il cognome gli schiavi mica ce l’avevano, e la vaniglia si produceva soltanto in Messico, perché lì c’erano delle api che riuscivano nell’impollinazione che altrove non avveniva, e Edmond, mi perdonerete questo post senza punti e senza capoversi, ma io talvolta sono così, mi piace scrivere sregolato, questo Edmond dicevo inventò vuoi per scherzo vuoi per dispetto, questo non è molto chiaro, a impollinare con le dita queste piantine, permettendo così la loro diffusione anche fuori dal Messico, e questo favorì l’enorme diffusione di questa pianta e del suo aroma, anche perché il nuovo metodo ne aveva abbassato il costo, e questo schiavo si meritò un premio per questa sua scoperta, gli chiesero che vuoi, ti vogliamo ricompensare, e lui rispose che voleva un cognome, proprio così, un cognome come le persone libere, e gli regalarono un cognome, che lui da quel giorno si chiamò Edmond Albius, che vuol dire bianco, vuoi mettere un nero che di cognome fa bianco, e quanto ne andava fiero di questa sua nuova identità, ma la vita non gli sorrise un granché, pare che quando la schiavitù fu abolita lui se ne andò in città a lavorare come lavapiatti, e poi rimase implicato in un furto di gioielli, e lì la vita gli virò verso il peggio, finì condannato a dieci anni di carcere, ma ne fece soltanto cinque, perché il governatore gli accordò la grazia, che lui aveva scoperto il modo di produrre la vaniglia a basso costo, mica cavoli, e insomma non so bene come andò a finire la sua vita, ma la terminò in povertà e la consegnò alla storia, e domattina quando mi berrò un po’ di bevanda di soia aromatizzata alla vaniglia non potrò fare a meno di ricordare questa persona e chissà quante altre storie sono legate al caffè, ai biscotti, ai fiocchi di avena, a tutto quello che per fortuna mi trovo a tavola, anche grazie a tutte le persone che hanno contribuito alla loro produzione, e comunque grazie anche a voi pochi che avete avuto la pazienza di leggere fino in fondo magari mandandomi a quel paese perché non ho messo né punti né capoversi per farvi respirare, ma stasera mi andava così, una scrittura sconclusionata ❤
Un fatto che ha del prodigioso
Oggi mi è accaduto un fatto che ha del prodigioso.
Ho aperto il cofano della mia auto, ho una Panda piuttosto agée, e non riesco a descrivervi la mia meraviglia nell’osservare il vaso di espansione del circuito di raffreddamento, non pieno del liquido apposito, ma colmo di olio motore!
L’ho portata subito dal meccanico, che dopo aver visto anche lui, e valutato l’entità del danno, mi ha rivolto uno sguardo interrogativo, e mi ha poi domandato se ero intenzionato a ripararla. Alla mia risposta affermativa, hanno cominciato a luccicargli gli occhi, si è allontanato un attimo, ma ho sentito che ha chiamato la moglie per dirle che potevano cambiare la caldaia. Nel frattempo le persone che erano lì nell’officina si sono avvicinate, e mi hanno fatto le congratulazioni, chi mi dava la mano, chi una pacca sulla spalla. Una signora che passava lì davanti, saputa la cosa, mi ha fatto baciare il suo bambino, e una ragazza giovane si è fatta un selfie insieme a me.
In poco tempo, il piazzale antistante l’officina si è riempito di gente, chi applaudiva, chi gridava il mio nome Marcello alé, Marcello alé, e dopo la cosa è diventata impressionante, mi hanno preso in braccio e mi hanno portato in processione fino alla chiesa parrocchiale, dove il parroco – a cui era già arrivata la notizia – ha sciolto le campane a festa e tutti siamo entrati, io sempre in groppa ad uno, e si sono messi tutti in ginocchio a recitare il Te Deum. Terminata la cerimonia, che mi ha commosso non poco, sono stato preso dal Sindaco e dalla giunta comunale che mi hanno voluto donare le chiavi della città e insignirmi della cittadinanza onoraria per meriti economici.
Un pomeriggio indimenticabile, ora aspetto il preventivo.
Sperpero?
L’altro giorno, mentre camminavo conversando del più o del meno con una persona, questa mi ha espresso la sua contrarietà per il fatto che la concessionaria del servizio pubblico televisivo italiano, sperperasse i nostri soldi in una manifestazione canora che va per la maggiore in questi giorni.
Io le ho risposto che – per quel che ne so – i soldi che questa concessionaria ricava dalla manifestazione, sono maggiori rispetto a quelli che vi investe, e che tante persone per un motivo o per l’altro grazie ad essa trascorrono qualche ora spensierata ascoltando musica e discorsi di vario tipo, che male c’è.
Sembrava finita lì, e abbiamo proseguito in silenzio, ma la mia mente come al solito ha fatto un capitombolo ed è tornata indietro di mille anni, che questo spesso mi accade, ogni cosa del momento è un pretesto per andare a frugare nel passato, che è pieno di cose, a dir la verità sparpagliate alla rinfusa nella mia testa, ma basta una parola e si scatenano una miriade di riferimenti.
E loro mi sono venuti in mente: gli scialacquatori!
Non sono mille anni, forse ottocento, ma ad ogni modo, in quel di Siena, un gruppo di ragazzotti, come “Bartolomeo dei Folcacchieri detto l’Abbagliato”, o “Caccianemico d’Asciano” o “Stricca dei Salimbeni”, e che ci posso fare, ci si chiamava così, si misero insieme e crearono una vera e propria brigata spendereccia, con lo scopo di dilapidare i loro consistenti patrimoni, spendendo tutti i fiorini qua e là nel modo meno virtuoso possibile.
Ah che spettacolo! Ci riuscirono, eh, è stato anche calcolato che questi spenderecci in un paio d’anni fecero fuori qualcosa come una quindicina di milioni di euro dei giorni nostri, e chissà quanto si svagarono, beati loro, ne parlò anche Dante nella Commedia e Boccaccio in una sua novella.
Poi tutti i nodi vengono al pettine, e qualcuno di questi ragazzi terminò la propria esistenza in miseria, temo infelicemente, come mi capita di leggere ultimamente di qualche cantante, che durante la sua carriera ha guadagnato cifre incredibili, e poi verso la fine della propria esistenza, si trova ad aver sperperato tutto, e richiede l’intervento dello Stato per farsi sostenere un po’.
Il mestiere di biografo
Può essere come stamattina in una cucina, o in sala, oppure in biblioteca, o in un bar, e perché no, sulla panchina di un parco. Talvolta il computer, ma sempre il blocco per appunti, la penna, il registratore, e vari documenti, diari, lettere, qualsiasi cosa parli di una vita. E poi un mare di parole, che fluiscono liberamente, nell’assoluta riservatezza.
Ogni volta che inizio, è una grande emozione.
Il mestiere di biografo, da quasi trent’anni.
La vita è come una clessidra
La vita è come una clessidra, dove la polvere è la nostra esistenza, che vive momenti larghi, agevoli, importanti, e poi di colpo si trova a passare in mezzo a qualche strettoia, dalla quale comunque con fatica si riesce ad uscire, per poi tornare nuovamente alla calma e alla tranquillità.
Ma poi qualcuno la gira quella clessidra, e si ricomincia daccapo, con le fasi tranquille ed i momenti di impiccio che si alternano, mentre il tempo scorre inesorabile, e noi cerchiamo di barcamenarci alla bell’e meglio.
Moriva oggi, l’imperatore Teodosio.
Chissà se negli ultimi istanti di vita avrà pensato alla sua personale clessidra, a quel prima, a quel durante, a quel dopo, che hanno costellato la sua esistenza e l’hanno consegnata alla storia.
Prima, quando giovane soldato insieme al padre valente generale, battagliava in giro per l’Impero romano, con grandi successi, molti pericoli, e immense ambizioni.
Durante, quando il padre venne accusato di tradimento e giustiziato, e lui si ritirò a mesta vita privata in Spagna, dove era nato, e dove ormai pensava di trascorrere il resto dei suoi giorni.
Dopo, quando lo mandarono a chiamare – l’imperatore era morto in battaglia – e quello rimasto, Graziano, gli chiese se voleva occuparsi della parte orientale dell’Impero.
Certo che sì, rispose.
Il naufragio della Querina
Era piena di ogni ben di Dio, la caracca. Questa non era ancora un vero e proprio galeone, ma ne rappresentava una sorta di prototipo, il meglio dell’epoca – siamo nel Quattrocento – per navigare lontano.
E lontano doveva andare, Pietro Querini, il proprietario e comandante. Da Creta, dove i suoi meravigliosi vigneti producevano una malvasia raffinatissima, fino alle Fiandre, nell’odierno Belgio, dove tutti quei barili sarebbero stati facilmente commercializzati. E insieme a loro, un tesoro fatto di spezie, allume di rocca, cera, cotone… Una nave ricca.
Guidare
“Camminiamo dappertutto, per boschi e campagne, per borghi e città, sulle montagne e in pianura. Camminiamo lentamente, adattando il nostro cammino a quello degli altri, godendo del paesaggio, del respiro e delle parole tra di noi.”
Avendo rispettato i requisiti richiesti, legati alle competenze, alle conoscenze e alle abilità della professione, e ottemperato agli obblighi della formazione permanente, ho potuto rinnovare la mia adesione ad AIGAE Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche, la principale organizzazione di categoria italiana.
Lei e lui
Lei si chiama Kate Brown, è governatrice dell’Oregon, nata nel 1960 in Spagna, e per questo, essendo di nascita straniera, non potrà mai diventare presidente degli Stati Uniti, la Costituzione americana non lo consente.
Lui si chiamava Leopoldo II d’Asburgo-Lorena, nato nel 1760 a Vienna, Granduca di Toscana e poi per un paio d’anni anche Imperatore del Sacro Romano Impero.
Sotto ad un fiore
Superstizioso da sempre – ma chi non lo era in quei tempi, in cui astrologia era scienza e l’alchimia pure! – gli era stato predetto che sarebbe morto sotto ad un fiore, vicino ad una porta di ferro.
E lui figuriamoci, non ne voleva sapere di andare a Florentia (Firenze) o Florentinum (Ferentino), o in qualsiasi altro posto che ricordasse un fiore, se ne teneva alla larga il più possibile, hai visto mai.
Guadiamo il Rio Grande
“Guadiamo il Rio Grande, che in questo punto in genere ha poca acqua, ma eventualmente possiamo camminare sopra ai blocchi di cemento posti sulla destra, per non bagnarci, e dopo il guado prendiamo subito la prima strada a destra in salita.”
Dalla “Guida al Cammino di Germanico”, scaricabile liberamente qui:
Il sentiero prosegue
“Il sentiero prosegue, costeggia un profondo canalone dopo aver piegato a destra, e si trasforma in una strada forestale un po’ più larga, in leggera discesa.
La discesa si fa più accentuata, e al termine di questa si arriva ad un grande campo coltivato.”
Dalla “Guida al Cammino di Germanico”, scaricabile liberamente qui:
La mia Africa
“In Africa avevo una fattoria ai piedi degli altipiani del Ngong. A centocinquanta chilometri più a nord su quegli altipiani passava l’equatore; eravamo a milleottocento metri sul livello del mare. Di giorno si sentiva di essere in alto, vicino al sole, ma i mattini, come la sera, erano limpidi e calmi, e di notte faceva freddo.”
Proprio il 2 dicembre, ma del 1913, la signora Karen Christentze Dinesen partiva per l’Africa, con l’idea di comprare una fattoria e di vivere finalmente in un contesto diverso, più libero e maggiormente immerso nella natura.
Era accompagnata da un cugino, che sarebbe poi diventato il suo primo marito.
Al termine del ponticello
“Al termine del ponticello prendiamo la prima a destra seguendo il sentiero 720 ed entriamo nel parcheggio del parco dedicato a Cafiero Liberati, ex sindaco di Amelia. Oltrepassiamo la sbarra e proseguiamo lungo il percorso pedonale che costeggia il Rio Grande, seguendo le indicazioni per il Lago Vecchio e il Ponte Nuovo.
In questa zona, a seconda della stagione, si possono ammirare diverse varietà di uccelli acquatici. Alla nostra sinistra ci sono alcuni esemplari di alberi da frutta di varietà antiche, mentre alla nostra destra la vegetazione tipica delle zone umide (pioppi, salici, ecc.).”
Dalla “Guida al Cammino di Germanico”, scaricabile liberamente qui:
Vilnius 700

Narra la leggenda che il granduca Gediminas, al termine di una giornata di caccia nella foresta sacra, si accampò nei pressi del fiume Vilnia per trascorrervi la notte.
Dopo essersi addormentato, cominciò a sognare un lupo di ferro in cima ad una collina, che ululava in modo strano, tanto che sembrava l’ululato di centinaia di lupi tutti insieme!
Guglielmo Tell
Nessuno rispettava volentieri l’obbligo di inchinarsi di fronte a quel cappello che – infilato in cima ad un palo nella pubblica piazza – rappresentava l’odiata autorità imperiale degli Asburgo.
Questi erano odiati perché facevano pagare un oneroso pedaggio a tutte le merci che transitavano dal passo del San Gottardo, e gli Svizzeri erano stufi di pagare, pagare, pagare, per ogni cosa che passava di lì.
Wilhelm, ad esempio, non ne voleva proprio sapere, era più forte di lui, e quel giorno non abbassò la testa. Albrecht, il balivo, lo venne a sapere, e lo citò in tribunale.
C’è qualcuno?
Non sono molto tecnologico, giusto un minimo, e quindi non seguo statistiche e cose del genere.
Però mi sono sempre domandato se questo sito avesse dei visitatori, e allora provo a porre la domanda direttamente: c’è qualcuno? Se sì, mi scrivete una riga di saluto tramite la pagina dei contatti?
Grazie!
Sbarcare il lunario
Buon compleanno a Vlad III
Buon compleanno a Vlad III di Valacchia, il personaggio storico a cui si ispirò Bram Stoker, autore di uno dei miei libri preferiti, “Il Conte Dracula”, per tratteggiare il grottesco protagonista.
L’originale non era da meno, fu principe anziché conte, e particolarmente prodigo di impalamenti come metodo di uccisione dei condannati a morte, mentre non sono segnalate per così dire donazioni di sangue dei malcapitati.
Nato il 2 novembre, del 1431, per qualcuno fu un eroe, per altri meno, ma la storia ce lo ha consegnato così, e così ce lo teniamo.
Io me la ricordo ancora
Io me la ricordo ancora, quell’ultima stanza del vecchio casolare di campagna, quasi ridotto ad un rudere, perché i miei nonni, ormai da tempo, si erano trasferiti in paese. Era l’unica in cui non ci pioveva, non c’erano più porte né finestre, ma lì le drupe un po’ verdi, un po’ viola, un po’ nere, a seconda del grado di maturazione, rimanevano ad asciugare, prima di essere portate al frantoio.
Duca della Via Vandelli
Sono un biografo, ma sono anche una Guida Ambientale Escursionistica, mi piacciono i cammini, e ultimamente ho fatto la Via Vandelli.
Elogio della calvizie
“Andate al museo a cercare le statue di un Diogene, un Socrate o quale altro saggio volete: vi troverete al cospetto di una sfilza di calvi.
Un Apollonio e qualche altro affabulatore sono in realtà forniti di chioma ma appaiono calvi alla folla dominata dalle loro parole, dalla loro potente ciarlataneria: cosa riconosciuta dai legislatori quand’essi valutano onorevole la saggezza e riservano le pene agli stregoni. Con ciò, io ammiro Apollonio e vorrei che facesse parte davvero della schiera dei calvi.
Insomma, chi è saggio è calvo, chi non è calvo non è saggio.”
Chi sa, sa
In queste settimane nel nostro Paese si torna a scuola, o all’università. Studiare è bellissimo, se diventassi ricco altroché Ferrari o viaggio a Miami, impiegherei il mio tempo a studiare liberamente quello che mi interessa, ma non sono ricco e quindi… studio lo stesso, anche se meno di quello che vorrei.
Voglio vedere il mare
Fra tutti i pirati e i corsari italiani (perché ce ne furono anche del nostro Paese), quello che mi ha affascinato di più è stato Giuseppe Bavastro, un nome poco noto fuori dall’ambiente della nostra marineria.
Partorito da sua madre nella spiaggia di Sampierdarena, dalle parti di Genova, e subito dopo lavato con l’acqua salata del mare stesso, salì su una nave per la prima volta da neonato, messo in una cesta e trasportato da Genova a Nizza nell’imbarcazione di suo zio.
Un predestinato.